giovedì 23 gennaio 2020
 
 
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Andrea mi scruta con occhi curiosi e inquieti. Non riesco a capire quale sia la sensazione che prevale. Sta lì alcuni secondi e poi «ma che ci vai a fare in Libia?». Non rispondo, accetto. Andrea sarà la trentesima persona che mi rivolge la stessa domanda e mi osserva con i medesimi occhi. Mi pare di essere la vittima sacrificale che la mia comunità offre in pasto al paranormale per rabbonire il futuro.

poco sarei partito per Tripoli e, da lì, giù fino al cuore del Fezzan, il Sahara libico. I giorni precedenti la partenza mi sono venuti in aiuto e mi hanno confessato che noi italiani siamo vittime di un tabù difficile da digerire: la Libia non la conosce nessuno. Quel poco che conosciamo è figlio della vergogna per una colonizzazione insensata che i giovani non ricordano per non sentirsi complici dei peccati paterni.
Ma al di là dei fatti storici (compresi i drammatici eventi degli anni '80 e '90 che hanno modificato i rapporti internazionali del Paese), la cultura nostrana si ferma ancora prima di aver arato il campo e gettato le sementi. Infilo in tasca l'edizione aggiornata (novembre 2007) di una guida turistica, che scoprirò essere piena di imprecisioni, e mi imbarco da Malpensa su un volo di linea della Lybian Airlines. La sera prima, con grande smarrimento, gli amici mi salutano con addii un po' mielosi. «Mica vado in Iraq!». Ma non c'è nulla da fare: gli stereotipi, soprattutto in Italia, fan fatica a morire.

Balek ha 42 anni, cinque figli e due mogli. Tuareg, abita a Ubari, rurale agglomerato di case a 180 chilometri da Sebha, la capitale del Fezzan e seconda città della Libia dopo Tripoli. È il capospedizione: uomo dal sorriso largo, silenzioso, segnato da una nobile educazione. Guida un fuoristrada Toyota: prima si viaggiava in groppa ai dromedari, oggi con le natiche appoggiate ai sedili.
La Toyota di Balek guida il gruppo composto da altri quattro fuoristrada. Il viaggio per approdare all'uscio libico del Sahara non è dei più tradizionali: il volo interno Tripoli-Sebha dura un'ora, ma non sai mai se il rullaggio sarà in orario.
La pazienza è dote ben accetta. I 170 chilometri che dividono Sebha e Germa (dove aspettano Balek e gli altri tuareg) sono segnati da una strada d'asfalto maculato. Chi la percorre ne conosce a menadito ogni centimetro: buche, avallamenti, crepe, dislivelli.
Due ore di strada tutta diritta che indispettiscono il sonno. Ma non è nulla: i 300 chilometri che ci aspettano il giorno successivo e che ci accompagnano verso l'Acacus sono segnati da una carreggiata monotona e dall'orizzonte inarrivabile costeggiata, a destra, dall'Erg di Ubari, le dune e la sabbia, dove si trovano gli wadi, letti di lago, più affascinanti del Sahara e, a sinistra, dal Messak Settafet, l'altopiano nero, roccia e pietraglia, dove sono state scoperte, grazie all'opera pioneristica del paletnologo italiano Fabrizio Mori, incisioni rupestri tra le più antiche del mondo che hanno rivoluzionato le teorie antropologiche sulla nascita della società moderna comunemente intesa.

Quattro ore dopo essere partiti da Germa si arriva ad Al Awayanat, porta d'ingresso dell'Acacus. Da qui in poi, l'asfalto è solo un ricordo. Non c'è bisogno di bussare: il deserto apre le porte di casa con l'eleganza e la cortesia degna di Anthelme Brillat Savarin: «Invitare qualcuno alla nostra tavola significa prendere su di noi la cura della sua felicità finché rimane sotto il nostro tetto» ha scritto nella «Filologia del gusto». Poco importa, se il rifugio è di mattoni o di stelle.

Una domanda mi affligge da giorni, ancora prima di atterrare a Tripoli e approdare nel campo tendato di Dar Auis, nel cuore del Fezzan, bivacco attrezzato di tutti i comfort gestito da Dar Sahara, società di capitale misto italo-libico. Che cos'è il deserto? Giro l'ascetica questione a Balek, con cui, grazie alla confidenza, scopro una certa affinità: «Il deserto non si spiega. Si vive». Ha studiato all'università per stranieri di Bologna; con calma e serenità, con lui si possono affrontare tutti gli argomenti: filosofia compresa. Una risposta che mi appaga molto di più delle Scritture: «Un luogo dove non si può seminare, dove non ci sono fichi, non vigna, non melograni e non c'è acqua da bere». Motivo in più per continuare a non credere troppo alle Divine Parole, da qualsiasi parte giungano. (1/continua)
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