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Gennaio 2013 - TOGO,  Kpalime' e la regione degli altopiani

Molte delle persone a cui ho detto entusiasta “sto andando in Togo” credo abbia dubitato del mio stato di salute mentale, rimarcando che i "Togo" sono SOLO dei biscottini ricoperti di cioccolato con cui deliziarsi il palato all’ora del tè! Credo sia la migliore metafora per descrivere ciò che ho trovato laggiù: un nome dolce ed evocativo che per anni ha stimolato le mie fantasie più intime e che un giorno, casualmente, è diventato realtà.

Sono a Lomè e mi accingo a proseguire il viaggio verso nord. Alla gare routière mi imbatto nei procacciatori di clienti e trovo subito il minibus in partenza per Kpalimé, che dista circa 200 km dalla capitale. Dopo un’ora e mezza di attesa, ci mettiamo in marcia.

Il tratto di strada finale che collega Atapkamé a Kpalimé è pura pista: un’ora di viaggio su una strada completamente dissestata, schiacciata come una sardina su un sedile sfondato, mangiando polvere e tentando di preservare il fondoschiena messo a dura prova dai continui scossoni del minibus. Inizio immediatamente a dare segni di insofferenza. Non so dove mettere i piedi. Non riesco a osservare il panorama perché l’andatura mi concilia il sonno. Non riesco nemmeno a dormire o a trovare la posizione giusta per leggere. E soprattutto, occorre rimarcarlo, sono l’unica che si lamenta. Le altre 19 sardine, bambini inclusi, che condividono la mia insofferenza, non fanno un movimento fuori posto né emettono un solo gemito per tutta la durata del viaggio, pari a tre interminabili ore di tortura. La loro capacità di sopportare il dolore, la fatica e i disagi mi stupisce sempre.

Arrivo a Kpalimé e trovo alloggio in un alberghetto, mi riposo ed esco a fare un giro in cerca di un cybercafé. Per accedere a internet attendo due ore perché hanno tagliato l’elettricità. Se questa è una della città più importanti del Togo, non oso immaginare cosa sia il resto del paese!

La cittadina è carina ma ciò che la rende magica è il paesaggio circostante. La vegetazione florida e lussureggiante e i due monti, il Klouto da un lato e l’Agou dall’altro, che la sovrastano, le conferiscono un’atmosfera incantevole, quasi irreale.

Ansiosa di esplorare i dintorni di Kpalimé con l’ausilio di qualcuno che possa rendere quest’esperienza significativa, oltre che emozionante, decido di non affidarmi alle solite guide “fai da te” che mi si propongono ad ogni angolo della strada e mi rivolgo all’ADETOP, un’associazione che si propone di promuovere il turismo nella regione. Ci accordiamo su un paio di itinerari in moto in compagnia di Thomas, la loro guida ufficiale.

È buio quando esco dall’ADETOP. La sola fonte d’illuminazione è quella dei fanali delle auto e delle moto che circolano per strada. Mi fermo in una buvette a bere un paio di birre con Patrice, un ivoriano conosciuto sul minibus, e poi mi rintano nella mia stanzetta per refrigerarmi davanti al ventilatore. L’idillio dura poco. Un nuovo taglio di corrente mi fa sudare copiosamente tutta la notte.

Alle 08.30 del mattino sono arzilla e attendo Thomas che mi chiama a viva voce dalla strada, puntuale come un orologio svizzero. Non c’è male per un africano. Ma Thomas è un africano atipico. Una persona attiva, con voglia di fare e di crescere senza limitarsi ad accettare passivamente un cadeau dai bianchi o la manna dal cielo. Mi fa piacere scoprire che nei giovani, quantomeno in alcuni di loro, la mentalità stia cambiando, senza per questo perdere o rinunciare alle proprie tradizioni, i propri usi, i propri riti.

Thomas ha un sogno e lo insegue con determinazione. Questo sogno non si chiama Europa bensì Togo. Non è riuscito a finire la scuola e prendere il BAC perché la sua famiglia non aveva i mezzi per il suo sostentamento, ma non ha mai smesso di studiare da solo. Ora lavora per realizzare il suo sogno: costruire una biblioteca in riva al fiume dove coloro che non hanno soldi potranno studiare, prendere libri in prestito e trovare un supporto morale o un aiuto pratico, se ne hanno bisogno. È un ragazzo in gamba, intelligente e responsabile, che cerca di costruire la sua vita senza dimenticare chi è, con un gran rispetto per l’ambiente e la gente, bianca o nera che sia.

Partiamo alla volta di Agou Kpéta, un delizioso villaggio costruito nel XVII secolo sull’omonimo monte. Attraversiamo in moto una ricca e folta vegetazione. Lungo la strada ci fermiamo a gustare il vin de palme. Denso e zuccherino, scende con piacere solleticando l’esofago.

Ci addentriamo nella fitta foresta fino a raggiungere quella che loro chiamano fattoria e che ai miei occhi appare come una catapecchia inagibile. Vi abita un coppia che vive prevalentemente dei frutti della terra. Il marito ci accompagna in questo viaggio nella rigogliosa vegetazione circostante, offrendomi come ossequio da gustare i frutti da cui si producono il cacao e la pianta del caffè. Coltivazioni che qui si usano molto, allo stato grezzo, perché dopo le prime fasi il prodotto viene raffinato all’estero e rivenduto qui a un prezzo esorbitante.

Finita la passeggiata in mezzo ad alberi secolari e liane, il vecchio inizia a emettere una sorta di richiamo a cui fa seguito un eco. È la risposta. Ci addentriamo ancor di più fino a quando mi trovo dinanzi un donnone in pantaloni alla pescatora e petto nudo che con un’ascia in mano spacca la legna da vendere al mercato. Resto basita nel vedere con che forza e vigore la donna, che mi confessa masticare la noce di cola quando ha i cali d’energia, si abbatte sul tronco che si sgretola sotto i suoi colpi come un castello di sabbia raggiunto dall’onda.  Rientriamo alla fattoria dopo aver assaggiato, tra le altre cose, la noce di cola, che non apprezzo: troppo dura e amara al gusto. Ma se da tempo immemorabile viene utilizzata dagli indigeni di varie parti del mondo, una ragione ci sarà!

Risaliamo in moto per riprendere il cammino, completamente immersi nella natura. L’aria fresca e la brezza mattutina alleviano l’arsura generata dal caldo torrido. Iniziamo la salita del monte Agou, il più alto del Togo. Si eleva per ben 906 metri. La vista è incantevole, nonostante la presenza dell’Harmattam che avvolge il paesaggio in un velo di foschia. Dinanzi a noi vallate sterminate si alternano a colline dietro le quali si celano altre valli. Il verde della vegetazione si alterna più o meno ritmicamente al colore rosso della terra. Ho la sensazione di perdermi nell’infinito. L’occhio cerca di scorgere il punto di non ritorno. Invano. Un’immensità spaziale che mi fa sentire così piccola dinanzi alla grandezza e la potenza della natura. Una natura ancora pressoché incontaminata, quasi selvaggia, che convive pacificamente con la natura coltivata dall’uomo. Questa natura è in grado di dare frutti dal sapore diverso da quelli a cui siamo abituati in Europa, al punto di chiederci se quella che stiamo assaporando è davvero una banana, un ananas, un mango o un avocado, o se invece è un dono divino destinato a chi ha deciso di saltare la linea di confine che ci separa dai nostri fratelli neri per farci tornare allo stato di benessere originario.

Africa. La chiamano la culla dell’umanità, ed è proprio qui che di fatto riemerge la bambina che è in me. Nonostante i disagi, le difficoltà, la miseria… c’è qualcosa di magico, un richiamo, un qualcosa che non riesco a decifrare ma che non voglio ignorare, un qualcosa che mi ricarica, che mi rigenera, che mi dà fiducia, che mi rassicura interiormente. Come una madre con il suo bambino, come una casa o un rifugio per il pellegrino. Qui mi sento davvero me stessa. Qui mi sento finalmente a casa. Arrivati in cima, visitiamo questo grazioso villaggio abbarbicato sul monte come un rapace sulla preda. Ci fermiamo su un masso a mangiare un panino all’avocado e sardine, banane, acqua… e ci rilassiamo lasciandoci cullare dal dolce mormorio della natura.

Ci rimettiamo in marcia per raggiungere le cascate di Wome. Molto suggestive, quantomeno il contesto circostante perché le cascate, durante la stagione secca, si riducono a un filo d’acqua. Rientriamo esausti a Kpalimé alle 18.00 passate. Nei pressi dell’albergo incontro Patrice e chiacchieriamo un po’. Quattordici anni fa ha lasciato il suo paese e da allora non ha più visto la sua famiglia. Mi parla delle difficoltà che incontra ogni giorno, dei suoi progetti, del desiderio di rientrare per riabbracciare finalmente i suoi cari, dell’attesa che cambi il governo per poterlo fare, della sua solitudine. Ma mi parla anche della sua voglia di reagire, di lottare, di riuscire.

Ogni incontro qui è una storia da ricordare. Una storia su cui riflettere ogni giorno della nostra vita, quando ci troviamo di fronte a difficoltà che ci appaiono insormontabili. Vorrei tanto riuscirci. Vorrei davvero che questo viaggio mi serva a questo. A ricordarmi dei mille volti incrociati, delle mille persone conosciute, dei mille racconti sentiti, dei mille sorrisi ricevuti… per imparare a vivere senza più fare di una banalità un caso di stato, senza più piangere per ogni quisquiglia, senza più abbattermi di fronte a un sassolino. Vorrei che questo viaggio mi aiuti a diventare adulta.

Trascorro la notte a difendermi dalle zanzare assassine che vogliono banchettare con il mio sangue. Alle 08.00 del mattino Thomas si ripresenta al mio albergo: oggi visiteremo l’altopiano di Danyi.

La strada che percorriamo offre un paesaggio strepitoso, che in alcuni punti mi ricorda la falesia di Badiangara. Sfrecciamo liberi e veloci sull’asfalto che senza alcun preavviso si trasforma in pista, obbligandoci a rallentare la corsa onde evitare di investire i numerosi capretti che, incuranti dell’arrivo dei mezzi di locomozione che procedono a velocità sostenuta, continuano beatamente la loro passeggiata perché li, in mezzo ai campi, sono loro i padroni indiscussi del terreno. Capre, galline e maiali scorazzano ovunque.

È l’ennesimo salto nel passato. Un passato che io non ho vissuto. Quello dei miei genitori e dei miei nonni. Un passato remoto e dimenticato dalla nostra società in cui la tecnologia ha preso il sopravvento, facendoci perdere il gusto e il sapore della semplicità.

Giungiamo a l’Abbaye de l’Ascension, un monastero di monache benedettine interamente circondato dalla foresta. Ettari ed ettari di coltivazioni: dal caffè al peperoncino, dalla citronella agli aranceti, dalla manioca al mango. Potrei andare avanti all’infinito elencando ogni tipo di albero ma non voglio essere tediosa. Mi sento nel giardino dell’Eden.

Durante il tragitto ci eravamo fermati da una maman per comprare fagioli bianchi conditi con olio di palma e farina di manioca e ci godiamo questa delizia in un’atmosfera a dir poco fiabesca. Dopo pranzo, un po’ di relax accompagnato dal cinguettio degli uccelli e il fruscio della vegetazione, una breve visita al monastero e il rientro a Kpalimé. Il tempo di una doccia e Thomas torna a prendermi per cenare da lui con i suoi fratelli. Un’esperienza incredibile. Il pasto in sé era discreto ma la magia di trovarmi lì con loro mentre preparavano la cena, vedendoli mescolare la farina sui carboni nell’attesa che diventasse rossa, respirando il loro entusiasmo per l’ospite inattesa, non ha termini di paragone.

Subito dopo partiamo in moto per raggiungere la vetta del monte Klouto. Uno spettacolo mozzafiato a cui la luce del sole conferirebbe indubbiamente un’altra prospettiva, togliendogli però una parte di fascino. La strada che porta al monte è costeggiata di alberi che, ergendosi sontuosi e maestosi, si incrociano a metà strada, dando vita a una galleria naturale che occulta completamente il cielo. Noi sfrecciamo veloci seguendo le curve di questa galleria che ogni tanto si interrompe per poche decine di metri, rivelando l’oscurità della notte in cui brillano una miriade infinita di stelle. Giunti in cima, godiamo della brezza notturna e del silenzio assoluto, contemplando un cielo in continuo movimento. Poco alla volta l’Harmattam dissolve le stelle, e lentamente riprendiamo la via di casa.

Diana Facile

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